per conoscere

settimana dell’educazione

Incontro sul tema:  

QUALE GENITORE PER I FIGLI DI OGGI

 

Relatrice: Dott.ssa MILENA SANTERINI

Docente all’Università Cattolica di Milano nella Facoltà di scienze della Formazione nel corso di Scienze dell’Educazione.

 

Perdonatemi già dall’inizio perché è difficile dare buoni consigli.

E’ difficile parlare alle famiglie, ogni famiglia è un caso a sé, ogni figlio, ogni rapporto con i propri genitori è diverso: si rischia sempre di dire cose magari belle, ma poco adeguate, poco utili.

Quindi il lavoro di traduzione, di trasformazione di quello che io dirò lo dovrete fare voi, perché sicuramente le mie parole non coglieranno mai precisamente la vostra situazione personale, e di questo mi scuso in anticipo.

Le affermazioni, le domande, le proteste dei ragazzi che abbiamo sentito, riguardano la fatica del dialogo con i genitori, ed è appunto quello di cui io vorrei provare a parlare.

Anch’io vorrei partire da un brano che mi sembra significativo di una autrice, Licia Miller, che si è occupata in modo particolare di violenza sui bambini.

Dice la Miller: “La maggior parte degli esseri umani quando vengono al mondo si trovano inseriti in una famiglia e da essa ricevono impronte decisive. Anche nei casi in cui da adolescenti critichiamo i nostri genitori o rompiamo addirittura i ponti con loro non possiamo impedire di essere stati nel frattempo segnati in misura più o meno profonda da quelle prime impressioni. Ce ne rendiamo conto al più tardi quando diventiamo genitori a nostra volta. Molti di noi non perdono tempo, purtroppo, a riflettere su questa realtà. Riproducono, semplicemente, nel rapporto con i loro figli l’esperienza che hanno vissuto nella famiglia d’origine. E lo ritengono un comportamento assolutamente adeguato.

Per alcuni, invece, l’improvvisa e sorprendente constatazione di non disporre nei rapporti con i figli, con i partner, della libertà interiore che avevano tanto desiderato in gioventù, diventa motivo di sofferenza, e allora può darsi che provino la sensazione di essere in un vicolo cieco.

Da bambini non erano riusciti a trovare una via d’uscita e non avevano avuto altra scelta se non quella di adattarsi all’ambiente, ai suoi influssi, mentre da adulti spesso non sanno di avere delle alternative.

Eppure per quanto si possa essere stati segnati in negativo o in positivo dalla nostra origine, dal patrimonio ereditario e dall’educazione ricevuta, noi, quando siamo adulti possiamo gradualmente prendere coscienza di questa impronta ed evitare di comportarci come automi”.

Mi pare molto bello! E’, in qualche modo, una fiducia nella capacità innovativa dei genitori, pur partendo dalla constatazione che tutti siamo segnati dall’educazione ricevuta, e che tendiamo a ripetere, a riproporre, il modo in cui siamo stati educati.

Io vorrei partire da qui, ovviamente sposando decisamente la tesi della Miller di una libertà, cioè di una capacità innovativa di trasformazione di sé, che tutti i genitori hanno.

Tratterò quindi l’argomento prima dal punto di vista dei bambini e dei ragazzi e nella seconda parte dal punto di vista dei genitori, mantenendo questo sfondo, che è quello di una fatica nel dialogo tra generazioni e di una possibilità sempre esistente di non riprodurre automaticamente certi sbagli, o comunque di non riprodurre automaticamente ciò che si è, perché nel rapporto con i figli non si può essere solo, semplicemente se stessi, bisogna costruire un dialogo, un rapporto, un incontro che spesso non è naturale ma va conquistato nel tempo.

I RAGAZZI

Parto, affrontando questa prima parte, da due frasi, che sono poi due titoli di libri.

La prima  è: “I BAMBINI SONO CAMBIATI”.

Chiediamoci se è veramente così: i bambini sono cambiati? Da una parte, indubbiamente si. Non è solo un luogo comune, i bambini e i ragazzi di oggi sono cambiati rispetto al passato: sembrano molto sicuri, sembrano sapere di più delle generazioni precedenti, conoscono probabilmente di più del mondo. Ma è altrettanto vero che non sono cambiati, nel senso che il desiderio di essere amati, di essere protetti, rassicurati, e di aver uno scopo nella vita, di dare un significato alla loro esistenza, è lo stesso. In tutte le generazioni, nel passato, nel presente e sempre, sarà questo: il bisogno cioè di essere da una parte rassicurati e dall’altra di essere spinti lontano quando è il momento giusto.

Quindi è vero: i bambini, i ragazzi sono cambiati, però non così tanto come noi crediamo.

Dietro la loro sicurezza che tutti gli anziani per esempio notano: “Ma questo ragazzo quante cosa sa..... Ma come si muove più facilmente nel mondo.... Ma com’è più sicuro. Noi queste cose neanche ce le sognavamo.....!”, c’è la grande fragilità di tutti noi, dei bambini, dei ragazzi, degli adulti, il grande desiderio di essere amati, accettati, protetti, capiti, rassicurati e anche spinti in avanti in autonomia e in libertà.

Allora, se non sono i piccoli ad essere cambiati, non sono forse i genitori ad essere cambiati?

Questo mi sembra già più aderente, un po’ più vicino alla verità.

I genitori lavorano di più, lavorano tutti e due, sono sicuramente meno rigidi di un tempo, hanno meno tempo, soprattutto la madre. Intorno a loro la società è cambiata, è cambiato il mondo. Basti pensare all’onnipresenza della televisione per dire quanto è diverso il nostro mondo da quello di quando eravamo bambini noi.

Quindi, non saranno i grandi che sono cambiati? Questo viene espresso, sintetizzato da alcuni autori con questa idea:

“La famiglia da NORMATIVA si è fatta AFFETTIVA”.

Dalla famiglia da famiglia che primariamente proponeva regole e si proponeva come un quadro, una cornice dentro la quale inserirsi nella società, ereditare una cultura, un patrimonio, non solo in senso finanziario, ma anche culturale, siamo giunti alla famiglia AFFETTIVA: la famiglia  si è fatta primariamente luogo degli affetti. Questo  non vuol dire che in passato non ci fossero gli affetti, ma la famiglia era primariamente un luogo NORMATIVO, in cui si veniva inquadrati e venivano trasmesse certe regole da vivere nella vita.

Oggi da normativa la famiglia si è fatta affettiva in tanti sensi. Pensiamo per esempio alla  confusione dei ruoli: il ruolo di padre e il ruolo di madre sono sempre più ravvicinati, perché il padre tende a coprire anche il ruolo materno, è sempre meno un padre rigido, come quello che era presente nella famiglia patriarcale, un padre che picchia, un padre che vieta, un padre che mette paura ai figli, che si presenta come la figura oscura e imponente.

Ecco che i ruoli, quindi, cominciano a somigliarsi.

Possiamo vedere un altro esempio: si ha meno tempo nella famiglia affettiva, quindi si vieta meno. Perché quando si ha poco tempo non lo si guasta con un divieto.

Quindi i genitori che spesso lavorano, e che hanno poco tempo per i figli, sono quasi sempre ossessionati, spesso perseguitai da un certo senso di colpa e quindi vietano meno, promettono di più, concedono di più e non osano neanche confessare che in fondo vivono un certo piccolissimo senso di colpa per la loro assenza. Quindi concedono di più.

Terzo esempio. La famiglia affettiva è circondata da una società consumista. “Tutti hanno! Come faccio a vietare qualcosa proprio a mio figlio! Ce l’hanno tutti!”

Quindi compra, concede e si trova di fronte a una richiesta un po’ ossessiva, spesso da parte dei figli, soprattutto per l’importanza data agli oggetti, alla marca del vestito, delle scarpe. Non sa come negare quello che il bambino chiede, e che tutti hanno, e che, in fondo, costituisce anche un simbolo. Come negarlo!?

Quindi è cambiata la famiglia: da normativa si è fatta affettiva, e soprattutto è cambiata l’educazione autoritaria del passato, che manteneva i ruoli ben distinti tra i genitori, con la madre più vicina, con più tempo da dedicare ai figli.

Abbiamo oggi una famiglia più chiusa: più aperta dal punto di vista del parentado ma più chiusa rispetto al vicinato o al mondo. Quindi sono forse i genitori ad essere cambiati.

 

La seconda frase che vorrei commentare, anch’essa titolo di un libro, è: “DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE”.

Dei bambini non si sa niente? Cioè in altre parole: i nostri figli sono un mistero, sono un segreto? E’ una frase che mi ha fatto molto pensare. Molto spesso i genitori provano un senso di estraneità : “Ma chi è questa persona che ho davanti? E’ mio figlio, che conosco così bene, che ho fatto crescere, che si appoggiava a me? Oggi sembra un estraneo: Mi sembra di non conoscerlo: è un altro!”

Ecco la piccolissima tesi che vorrei dare nella prima parte di questo incontro, che riguarda i ragazzi:

vogliamo conoscere meglio i figli, decifrare di più il loro mondo, un mondo effettivamente non facile da comprendere.

È’ la premessa per poter dire, come dice la Miller, che ogni genitore può cambiare, non deve riprodurre automaticamente e necessariamente quella che è stata la sua vita.

Tutto ciò, non perché sia stata sbagliata l’educazione che ha ricevuto, ma perché, ogni situazione famigliare è diversa ed esigente, c’è bisogno di una personalizzazione dell’educazione.

Per esemplificare, farei riferimento, al mondo degli adolescenti, perché sono loro quelli che sembrano dei “marziani”. Come decifrare il mondo degli adolescenti?

Come entrare nei loro codici interpretativi, cioè entrare, potremmo dire, in quel modo di parlare, di comprendere il mondo che spesso respinge gli adulti, che è condiviso spesso tra i ragazzi, tra i loro pari, ma non è del tutto chiaro per gli adulti?

E’ un mondo a se’! Bisogna provare ad entrare, bisogna provare a conoscere questi codici segreti, non per invaderli in modo indiscreto, ma per essere pronti ad intervenire soprattutto quando i ragazzi hanno bisogno di noi.

Dobbiamo cercare di imparare a decifrare dei codici, dei modi di pensare, dei significati condivisi, che poi sono anche dei linguaggi che gli adolescenti condividono e che spesso servono per lasciare fuori dalla porta gli adulti. Tutti i comportamenti degli adolescenti parlano, e parlano anche se sembrano assurdi.

Spesso i genitori, gli adulti tendono a dire: “..... ma, questo comportamento è assurdo e incomprensibile” ed è vero, perchè gli adolescenti a volte fanno cose assurde.

Ma quel comportamento, quell’atteggiamento, anche quel silenzio, parlano.

Parla lo stesso, dice delle cose: sul progetto del ragazzo, sui suoi desideri, su quel che vuole. Ma parla! Ed è questo che bisogna capire, soprattutto se si presenta come una richiesta di attenzione, anche magari quando in apparenza ti respinge. È  difficile capire un linguaggio paradossale, capire che c’è una richiesta di attenzione quando vieni respinto. Bisogna provare a leggere i codici interpretativi dei ragazzi dall’interno, cioè provare a capire, ma dal punto di vista dell’adolescente, provando ad entrare nel loro mondo anche se con tanta discrezione e con tanto rispetto.

Vorrei fare, qualche esempio di codici interpretativi degli adolescenti.

Partiamo dai simboli che i ragazzi usano, dalla mania per i segni con cui si condivide un'appartenenza. Faccio un esempio banale che è quello dell’abbigliamento, Perché gli adolescenti si vestono tutti allo stesso modo? Perché è così importante che non debbano avere niente di diverso da quel compagno, da quel che si dice che gli adolescenti debbano mettersi? Perché si rafforza un legame comunitario, e questo legame comunitario è sentito dai ragazzi come prioritario, come fonte di sicurezza, come un riconoscimento, come una identità.

E la mancanza di questa identità spesso provoca un disagio.

Un altro esempio: pensate alla finalità con cui usano i simboli., Vi sarete chiesti perché usano dei simboli come la croce, usata non come pensiamo noi, ma spesso senza un significato preciso, oppure altri simboli che molto spesso non vogliono dire nulla, vengono svuotati del loro significato  ma servono da segni di appartenenza. Sono simboli di condivisione di un’appartenenza.

Terzo esempio che vorrei fare è il valore del gruppo. Quanti genitori dicono: “I miei figli danno importanza solo ai compagni” e, quando succede qualcosa, dicono: “Sono state le cattive compagnie”. La dipendenza reciproca degli adolescenti, è veramente enorme. Il gruppo ha una funzione educativa determinante. Avrete visto i ragazzi sui muretti che stanno lì e non fanno niente. Bene, quella è la loro “comunità di emozioni”, cioè è il sentirsi, QUI e ORA, CON altri.

E’ un non far niente di produttivo (metro di misura degli adulti…), ma è un vivere insieme agli altri, formando una comunità di emozioni; è un sentire che effettivamente non è costruttivo, non è finalizzato. L’adulto direbbe: “E’ una gran perdita di tempo”, dimenticando quando anche lui che stava ore ed ore con i compagni per il piacere di STARE, senza un progetto, senza un domani. Questo “non fare” degli adolescenti sembra una perdita di tempo, sembra un qualcosa di gratuito, ma anche in questa gratuità bisogna saper entrare.

Un ultimo esempio di comportamento che tante volte non capiamo e di cui non sposiamo il punto di vista, sono i graffiti.

Ci sono due tipologie di scritte sui muri. La prima è una forma di espressione, di comunicazione. La città è molto anonima. Gli adolescenti provano a dire : “Ci siamo, siamo qui!”.

Provano a segnare il passaggio dove stanno, provano a riconoscersi, a mettere come delle tappe del loro passaggio. Sono un segno di una volontà di comunicazione tra adolescenti,  contro il mondo dei grandi.

La seconda tipologia ha un significato molto negativo, ma è comunque un significato: è espressione di intolleranza. Le scritte sui muri, anche quelle tremende, quelle contro l’altro, contro gli stranieri, contro gli Ebrei, contro gli handicappati, che è poi tipico di quell’intolleranza adolescenziale così triste, verso i più deboli, cosa significano?

Significano che sto segnando il mio territorio, che questa è la mia area, che qui l’altro non deve venire. E l’altro è sempre il nemico: è quello dell’altro paese, è quello dell’altra squadra di calcio, oppure è quello dell’altra nazione, e così via.

Anche questo ha un significato, triste, ma è un significato che bisogna provare a decifrare. Dello stesso aspetto, un altro esempio che potrei fare è la passione per il rischio degli adolescenti. Come spiegare certi comportamenti che vanno dal normale desiderio di rischiare un po’, all’assurdo dei ragazzi che si stendono sulle rotaie, che gettano le pietre dal cavalcavia o che hanno comportamenti che sembrano non possibili in persone dotato di raziocinio? Anche il rischio può essere un atteggiamento da capire: perché c’è questa passione per il rischio?

Questo giocare con la morte? C’è da chiedersi, se , anche in questo caso, non si debba cercare di capire ed entrare nei codici dei ragazzi e provare a vedere se, alcune volte, nella passione per il rischio, non ci sia, paradossalmente, un amore per la vita che però deve essere riscoperto, ritrovato.

Certo, dall’esterno gli adulti dicono: “Ma in questo modo lo devono fare?” Cercando di diventare attenti ai loro codici, ci chiediamo se non è il mondo degli adulti che deve dare delle vie per esprimersi senza ledere gli interessi altrui, per esprimersi senza trovare un nemico, per rischiare, per iniziarsi alla vita adulta senza rischiare la propria salute, la propria vita, la vita degli altri.

Non saremo stati noi, che gli abbiamo dato poche sfide vere, e quindi se le vanno a cercare senza badare alla pericolosità di tali scelte? Tanti di questi atteggiamenti vanno così decifrati.

Quali genitori?

Come capita spesso, è più facile dare definizioni al negativo: mettiamo dei paletti alla figura di adulto, il resto è lasciato alla fantasia. È’ il bello della vita!

Allora diciamo quali sono i genitori che i ragazzi non vorrebbero incontrare.

 

1)     GENITORE NARCISISTA: comprendere il ragazzo da vicino, non vuol dire rispecchiarsi nel figlio. Il rischio del genitore narcisista è quello di far esistere il figlio come proiezione di sé. L’empatia, cioè il sentimento di identificazione, di comprensione dell’altro decentrandosi da sé, è il contrario della proiezione. Proiezione è: vedo me nell’altro. Empatia è: mi identifico nei bisogni dell’altro così come sono, non come sono i miei. Questo discorso sulla società narcisista ci riguarda tutti. Narcisisti vuol dire essere adulti che vivono tutto come riflesso dei propri sentimenti, della propria visione delle cose. Il mondo lo vedono come una proiezione delle proprie paure, dei propri desideri.

 

2)     GENITORE DELUSO: il senso di delusione, che tante volte è molto intimo, spesso magari non lo si dice, ma lo si percepisce, si trasforma spesso in un senso di distruzione nei confronti dei figli, una specie di disconferma. Un filosofo, che ha scritto delle pagine bellissime sull’educazione, ha parlato dell’idea di conferma. Noi abbiamo bisogno di conferma. Conferma è quando l’altro ti dice: “Si, ci sei, esisti per me, e ti amo. Io ti confermo”. Una persona non confermata, che non esiste per l’altro, è una persona a rischio. E mi pare molto bello come il ruolo dei genitori sia confermare, e non deludersi mai. Non disistimare il figlio neanche quando è in momenti difficili, quando non va bene a scuola, quando non risponde alle aspettative, quando è meno brillante di quanto si pensava e così  via.  Andreoli, uno psichiatra, ha parlato della conferma con l’esempio dell’abbraccio. L’abbraccio è segno concreto della conferma. E può essere sia nel senso fisico del termine, ma anche in senso figurato, ovvero abbracciare coi sentimenti, con le parole. Dice Andreoli: “L’abbraccio è percepito come un coinvolgimento sincero”. Ecco perché è così rassicurante: riesce ad esprimere immediatamente la vicinanza, il fatto di essere in una dimensione di continuità con l’altro. Quando una persona ha paura è inutile tentare di tranquillizzarla con tante parole: basta abbracciarla e stringerla a sé per ottenere subito un effetto di rassicurazione. È proprio  bello vedere in questo abbraccio proprio tutta la conferma, la rassicurazione, la fiducia possibile che un genitore può dare al figlio.

3)     GENITORI SENZA LIMITI: ovvero che non sanno  dare, mettere dei limiti. Si ha paura di dare dei limiti ai figli per tanti motivi. E’ vero che noi in questa fase abbiamo smontato la famiglia autoritaria del passato. Ma anche la famiglia troppo lassista, come tutti sappiamo, impedisce al bambino di costruirsi delle difese. Lo fa, l’ha fatto, la famiglia autoritaria, ma la fa anche la famiglia troppo lassista. Il bambino ha bisogno non solo di libertà ma anche di regole, di norme, di divieti che lo aiutino a mettere ordine dentro di sé. Indicandogli cos’è giusto, cos’è sbagliato, consentendogli allo stesso tempo il piacere, il coraggio della trasgressione. Le norme non servono soltanto per inquadrare, ma anche per essere trasgredite. Ma chi non ha le norme e i limiti, non conosce neanche la trasgressione. La tesi interessante è che i bambini con una famiglia troppo autoritaria e con una famiglia troppo lassista hanno comunque paura. I bambini di una famiglia lassista hanno gli stessi problemi di una famiglia autoritaria. In assenza di regole o divieti, il bambino si trova a procedere in una terra di nessuno, col rischio di perdersi e sprofondare nelle sabbie mobili dei suoi desideri o dei suoi affetti contrastanti. Nessuno gli ha messo i limiti e lui si trova a gestire queste sabbie mobili degli affetti contrastanti.

 

4)     GENITORI SENZA PROGETTO: l’educazione non è solo un intervento sull’altro, è agire con l’altro sulla realtà. Mi pare che un buon modo di essere genitori è avere un progetto con i figli. Don Milani dice: “Qual è il segreto della mia educazione?. Agli svogliati dargli uno scopo”. I figli hanno bisogno di un progetto. Questo progetto non può essere falso: deve essere la condivisione di un progetto dei genitori stessi deve essere un progetto sul mondo, sulla vita, di solidarietà, di costruzione, di miglioramento, di lavoro, di apertura.

 

5)     GENITORI SOLI: molto spesso i genitori sono soli. L’ideale è una comunità di genitori, di famiglie, in cui non solo i genitori si aiutano, si sostengono reciprocamente, ma facendo ciò danno un modello di adulto, un adulto non solo.

 

Al termine dell’intervento sono state formulate più di 150 domande scritte

 

Il testo della relazione non è stato rivisto dall’autrice