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(Sandro Lodolo)
La grande epoca della "dea ragione", della pretesa illuminista di poter conquistare il mondo sembra volgere al termine. Due guerre mondiali, i limiti di uno sviluppo che sembrava inarrestabile, limpasse politica dei sistemi del socialismo reale figli di un'ideologia totalizzante, la constatazione che leconomia di mercato necessita di un contenitore etico-sociale che ne indirizzi i risultati sul piano di una più equa distribuzione delle ricchezze (il sud del mondo), ecc sono alcune delle tappe di un ridimensionamento che pone termine alla grande "ubriacatura" cartesiana. Non si intende assolutamente negare la legittimità delle grandi conquiste realizzate, quanto piuttosto connotarle del loro giusto valore. Non più: "cogito ergo sum sive existo", piuttosto "cogitor ergo sum ". Sul piano propriamente antropologico si assiste ad un ridimensionamento delle grandi ideologie totalizzanti: luomo, per parafrasare i sostenitori del pensiero debole, è un esser-ci complesso, proteiforme, homo sapiens e homo ludens, homo faber e homo oniricus. È importante che luomo lavori, fabbrichi, pensi, quanto è importante che giochi e sogni. Gli schematismi psicologici (psicologismo), politico-sociali (ideologie), scientifici (scientismo) ecc hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza nella pretesa di spiegare esaustivamente la complessità dellumano. È come se luomo fosse rimasto orfano dei grandi modelli ed oggi si senta più solo; direbbe Woody Allen: "Dio è morto, Marx è morto, ma io sto male".
Il senso di smarrimento costituisce un forte stimolo per il dinamismo della ricerca. Luomo (soprattutto quello occidentale) realizza di non essere arrivato, bensì di trovarsi in cammino, recupera così la dimensione esodale (uscire) al di là di riduttivi immanentismi. Ci si apre alla novità, alla diversità. Sotto il profilo più squisitamente antropologico ci si interessa, meglio, si recuperano dimensioni sino ad oggi rimosse (la cultura non è semplicemente una sovrastruttura delle base economica, luomo non è essenzialmente lavoro), a vantaggio di un modo di concepire luomo più complesso ed integrale. "Lattuale contingenza storica offre allEuropa una straordinaria chance per rigenerarsi profondamente, salvando al tempo stesso il meglio della sua tradizione storica e della sua civiltà" (C.M. Martini, Rivista Diocesana, aprile 1989 p. 53). Da questo punto di vista, il confronto con culture altre rispetto a quella occidentale, non può che significare un arricchimento, un aiuto ad uscire dagli assolutismi delle ideologie. Data la situazione descritta, sia pure in termini estremamente generali, ci si rende conto quanto sia necessario avviare un processo di comunicazione, di interscambio, non più semplicemente a livello interpersonale o nellambito della società di appartenenza, quanto piuttosto in una prospettiva universale. Sono i popoli che devono dia-logare, interscambiare. Oggi questo è possibile grazie ai mezzi di trasporto e di comunicazione (che non vanno assolutamente demonizzati).
Per comprendere gli amici che provengono da altre culture occorre un confronto radicale, profondo, spesso doloroso; al fine di promuovere una società multiculturale è necessario avere consapevolezza delle alterità, delle diversità. Comunicare non è assolutamente semplice, implica sforzo e la consapevolezza di una realtà complessa. Molto stimolante da questo punto di vista quanto sostiene in una lettera pastorale il Cardinale Martini a proposito della principale radice della incomunicabilità: " Si tratta di una falsa idea del comunicare umano che sottostà a tanti tentativi falliti di entrare in comunicazione con laltro. Tale falsa visione non è sbagliata per difetto, cioè per una carente visione dellideale comunicativo. È sbagliata piuttosto per eccesso: vuole troppo, vuole ciò che il comunicare umano non può dare, vuole tutto subito, vuole in fondo il dominio e il possesso dell'altro. Per questo è profondamente sbagliata, pur sembrando a prima vista grandiosa e affascinante. Che cosa cè infatti di più bello di una fusione totale di cuori e di spiriti ? Che cosa di più dolce di una comunicazione trasparente, in perfetta reciprocità senza ombre e senza veli ? Ma proprio in tale ideale si cela una bramosia e una concupiscenza di "possedere" laltro, quasi fosse una cosa nelle nostre mani da smontare e rimontare a piacere, che tradisce la voglia oscura del dominio ( ) Sarebbe interessante analizzare questa "bramosia di possesso" nelle sue radici culturali: come frutto cioè di quella "razionalità strumentale", tipica dellepoca moderna che identifica "il sapere" con "il potere" e che diviene "volontà di potenza" ( )"(lettera pastorale "Effatà" n°14 del 1990). Del resto, riflettere sullalterità, sulla diversità rispetto a quello che io sono o rappresento, conosco, se vissuto in modo equilibrato e maturo, dovrebbe consentire un rafforzamento del nucleo dellidentità personale.
Ecco, come sostiene Antonio Nanni, "educare alla mondialità significa essenzialmente educare alla differenza, ossia allalterità come valore".
Innanzitutto occorre mettere a fuoco la differenza che intercorre tra linformazione comunemente intesa (stampa, televisione, ecc ) e la comunicazione: il processo di distribuzione dellinformazione è evidentemente unidirezionale e non consente quindi al lettore o al telespettatore uninterazione attiva. La vera sfida consiste nel rendere linformazione sempre più prossima della comunicazione. Nei paesi occidentali si parla del sud del mondo soltanto attraverso le quattro agenzie mondiali della stampa, presenti ovunque e cioè: la France Press, la britannica Reuter, e le due americane Associated Press e United Press International. Le altre due agenzie che pure sono ampiamente diffuse: Tass-russa e Nuova Cina, contano assai meno. Come molto poco contano litaliana Ansa, e la Efe spagnola. Linformazione che si ha dei paesi del terzo mondo non è diretta, non viene da loro stessi, è mediata dalle cosiddette "multinazionali dellinformazione. Per quanto riguarda in particolare la situazione dellinformazione italiana sul terzo mondo esiste una interessante ricerca che dimostra come vengano veicolati certi tipi di stereotipo: diritti umani, incapacità e corruzione dei governi, guerre e cataclismi naturali (es: Bangladesh=morti a centinaia). Verificheremo con un esempio televisivo una delle pochissime volte in cui in Italia si è parlato di Africa ed in particolare di Cameroun non in termini di puro catastrofismo (mondiali di calcio "Italia90"). Esistono programmi dichiaratamente educativi (scuola, educazione degli adulti, ecc ), ma vengono posizionati in fasce orarie svantaggiate, certamente non in prime time. Perché ?
Le soluzioni sono di tentare linserimento di messaggi educativi in programmi non esplicitamente educativi, il che dipende dalle informazioni collaterali e soprattutto dal modo con cui vengono date (dosaggio). Altre soluzioni: canali culturali, pay-TV, ecc Questa tecnica si chiama inforteinment (information-enterteinment). Unaltra possibilità consiste nellutilizzo del videoregistratore o del telecomando. In ogni caso, scelta critica dei programmi (inserto settimanale nei quotidiani) o verifica del palinsesto della giornata.
Dibattito
Nella nostra epoca il linguaggio audiovisivo è assurto a protagonista assoluto come mai in passato. La parola scritta e la comunicazione verbale hanno da tempo perso il primato della comunicazione e il monopolio dell'educazione. Si assiste anche ad una contaminazione di linguaggi/strumenti sempre più frequente. Non basta vedere o sentire solamente, bisogna vedere, sentire, "toccare" nello stesso tempo (vedi ad es. i video musicali o, viceversa, l'importanza della colonna sonora in alcuni film). Nel frattempo è crollato anche il mito del "cineforum" come efficace strumento pedagogico. In effetti il cineforum è un po' figlio dell'utopia sessantottina quando si pensava che l'arte (e il rock) potesse cambiare la vita. Spesso i cineforum si tramutavano in sterili discussioni per cinefili che volevano tirar tardi. L'uomo contemporaneo è insaziabile, si é golosi di una sorta di PERCEZIONE TOTALE, di INGLOBAMENTO DELLA REALTA', si vorrebbe mangiare le immagini, farle proprie. In effetti basta pensare a quante ore i ragazzi stanno davanti al video (tv, cinema, computer ... ) per capire l'importanza capitale che hanno le "immagini" nel campo pedagogico ed educativo. Anche il cinema è cambiato e sta cambiando. La videocassetta ha aperto (chiuso) nuovi spazi e tempi alla visione (supporto magnetico, 25 fotogrammi al secondo, dimensione più piccola del video, minor definizione e maggior fragilità). Serve a registrare, distribuire, vedere e ve(n)dere i film, a conservarli, recuperare vecchi film in edizioni filologicamente corrette (in Usa esistono alcune edizioni di vecchi film in videodisco con le colonne sonore originali su piste diverse, i classici in b/n oggi "colorati", ecc ... ma titilla in modo perverso il nostro sentimento di possesso e onnipotenza verso i film. Noi siamo i registi e possiamo modificare (rimontare) l'opera d'arte con lo zapping (alla "Blob"). La videocassetta forse fissa e cattura il non-luogo e il non-tempo in cui vive l'immagine cinematografica (ma in maniera non definitiva e sempre mutabile). E' il feticcio del nostro desiderio di vedere, di "sentirci" mentre vediamo, un desiderio che non potrà mai essere filmato, ma che è presente (virtualmente) in ogni videocassetta. In fondo è solo desiderio d'immortalità: ognuno con la sua videocamera può diventare regista e filmare tutto (rendere immortali i momenti più belli della vita...). Questi cambiamenti/mutazioni del comportamento comportano anche un differente approccio/percezione della realtà. Si assiste ad un movimento INTROIETTIVO, il soggetto/video calamita, attira la realtà a sé, la possiede. Si è agli antipodi della conoscenza tradizionale, dove per conoscere bisognava andare verso (movimento radiante, estroverso, es. il viaggio, vedi Goethe, dove conoscere=fare esperienza, che è anche la conoscenza evangelica). Il ragazzo perde progressivamente il contatto col reale (quello "vero" che sta "fuori" e "oltre") rinchiudendosi nell'isolamento edonistico dei video. In questo c'é chiaramente un atteggiamento di compiacimento narcisistico (non dimentichiamoci che ad esempio il primo boom dell'home video è avvenuto proprio nel genere hard-core). Certe volte basta che il video sia acceso, che qualcosa si muova (vedi zapping, che equivale allo stupore del bambino di fronte a qualcosa che si muove e che fa rumore). Paradossalmente il risultato é l'opposto della conoscenza, è lo stordimento, l'annichilimento, il trip... Le immagini e i suoni corrono ad una velocità superiore a quella necessaria perché i sensi comprendano e decodifichino (vedi messaggi subliminali). C'é una forte contrazione del tempo e dello spazio, che porta all'ipnotismo (è come lo spettro di Newton, dove i colori della luce, girando velocemente, producono solo il bianco). E' l'esperienza dell'occhio di "2001, odissea nello spazio" di Stanley Kubrick. L'occhio non deve/vuole comprendere, scrutare, indagare, andare al di là della rappresentazione (e tutto il cinema/l'immagine sono rappresentazioni di qualcosa, stanno al posto di qualcos'altro), non deve nemmeno vedere, ma solo godere del movimento. E' lo smascheramento del cinema al suo nucleo essenziale: il meccanismo/movimento. Lo scopo è di avere l'impressione di vedere più cose insieme (tanto/tutto) con l'illusione di sapere di più, invece si raggiunge solo l'annichilimento dei sensi. Siamo all'opposto della metafora bunueliana di "Un chien andalou" (dove il regista spagnolo recideva un occhio con un rasoio, ammonendoci severamente a non fermarci ad una visione superficiale delle cose. Non bisogna vedere l'apparenza, ma andare oltre capendo il simbolo): non bisogna cercare, di capire, ma avere l'impressione di vedere. E' perfettamente inutile e sterile (e anche antieducativo) scandalizzarci di questo e chiuderci a riccio dietro l'alibi della "buona stampa cattolica" (ma che peso ha questa stampa nella società di oggi?). Perché con la "realtà" del video dovremo sempre più fare i conti nel futuro prossimo venturo. Fa specie che ancora oggi certi educatore si stupiscano che sia più efficace uno slogan pubblicitario di una lettera episcopale. Si tratta di smascherare la menzogna (la morte) che sta dietro al video e far capire dove sta la verità (la vita). Bisogna smascherare il nulla/la morte che sta dentro il tubo catodico o dietro immagini accattivanti La vita è ALTROVE e LONTANO, lontano dal nostro televisore e dalle mura domestiche. La vita è FUORI: fuori dal proprio io, dai propri interessi. La vita è incontro apertura all'altro, comunione col mondo, accoglienza del diverso in un'ottica veramente "cattolica", cioé universale e missionaria. Nel Convegno Missionario Nazionale (Verona, 12- 1 5 settembre '90) si è affermata la convinzione che "la comunione è la prima forma della missione" e "l'universalità è l'espressione più matura della coscienza missionaria". Perché queste non siano solo belle parole, ma verbo fecondo, occorre mettersi in gioco subito, in un confronto aperto e paritetico col mondo, con quello che troppo spesso e malauguratamente chiamiamo "terzo mondo". Questo sguardo che va oltre il quotidiano, che scopre sempre nuovi orizzonti davanti a sé, che sa andare oltre le apparenze (tenendo conto di tutte le dimensioni dell'esistenza umana) e che può essere ricondotto alla bellissima metafora bunueliana sopra citata, è, e deve essere il nostro principale scopo educativo. Ed è anche la molla che muove l'attività di un organismo di volontariato che si occupa di mass-media come il Coe (Centro Orientamento Educativo). Per favorire l'approccio a culture così diverse dalla nostra il mezzo-cinema è un linguaggio particolarmente adatto allo scopo e di facile uso (soprattutto se si considera la straordinaria ricchezza dei titoli disponibli oggi in video). Non dovrebbe mancare a un buon educatore, accanto alla fedele e indispensabile biblioteca, un'altrettanto fornita e selezionata videoteca. Per far vivere ai ragazzi, attraverso lo schermo, un'esperienza forte di realtà e di vita non servono solo i reportages o i documentari, ma sono ben più efficaci i film di fiction (importanza della storia/sceneggiatura). Il cinema di fiction, pensato e realizzato da un autore (sceneggiatore e/o regista) sulla base di un soggetto (che può avere o non avere alcun aggancio immediato con la realtà "oggettiva") è estremamente reale proprio perché "é", esiste, racconta, comunica. La realtà non è solo quella che viene comunicata, ma é l'atto del comunicare. Senza comunicazione non c'é arte (ci si parla addosso), e l'arte sta proprio nel saper comunicare (universalità dell'arte). E' una realtà, quella della fiction, che spesso è più vera del reale, del vissuto, proprio perché "falsa", cioé non vissuta dallo spettatore in tempo e spazio reali, ma attraverso ellissi e cesure e con quelle caratteristiche di esemplarità e di sintesi che fanno del racconto cinematografico una storia ben più efficace del singolo fatto di cronaca quotidiana. Insomma tutto il cinema (che vuole raccontare una storia) è metafora della realtà, occhio critico e specchio della vita che, facendo proprie le capacità simboliche e rappresentative dell'arte, riesce a essere linguaggio universale, microcosmo di segni utile a decifrare il macrocosmo della vita. Ma il cinema è meccanismo complesso, opera collettiva, prodotto/fonte di guadagno. Ha un suo linguaggio, anzi è lingua esso stesso (mix di diversi linguaggi). Come ogni lingua ha i suoi codici espressivi che bisogna saper decodificare e decifrare (grammatica e sintassi). E' frutto dell'apporto di personalità ed elementi differenti, e come tale ha in sé la weltanschaung dei suoi autori (le inquadrature e i movimenti della macchina da presa ci aiutano a capire il punto di vista del regista, che non necessariamente coincide con l'opinione del regista su quel determinato argomento). Non si può vedere un film "a caso". Il cinema inoltre rientra in un contesto più ampio e globale, che è la società contemporanea: un film risente profondamente dell'humus culturale in cui germoglia e spesso porta porta con sé (anche inconsciamente) le istanze socio-culturali di una determinata epoca. Proprio per questo il cinema africano o indiano è profondamente diverso dal cinema europeo o statunitense (che rappresenta un po' lo standard delle pellicole che siamo abituati a vedere nelle sale). Purtroppo con l'attuale crisi del cinema e l'esclusivo monopolio di un certo tipo di pellicole (un astuto cocktail di azione, sesso e violenza, il tutto condito con un po' d'ironia per addolcire la pillola) che ci hanno veramente narcotizzato, facendoci identificare i loro schemi espressivi e il loro linguaggi con i linguaggi stessi del cinema tout court. E' assolutamente salutare e disintossicante assimilare altri ritmi, altri tempi, altri spazi, senza tentare confronti o paragoni tra cinematografie e linguaggi così diversi che risulterebbero fuori luogo. Purtroppo queste cinematografie "lontane" non abbiamo la possibilità di vederle se non in cineclub o in particolari circuiti culturali alternativi. In questo contesto assume particolare importanza lo spettatore, il fruitore del "prodotto-film", trascurato come interlocutore e sfruttato invece come consumatore, reso inerme dallo schermo televisivo e ridotto alla passività dal tic da telecomando che sclerotizza dita e cervello, lo spettatore DEVE diventare protagonista e rispondere attivamente alle sollecitazioni cui viene sottoposto dal testo filmico, deve tentarne un'interpretazione, cercare di decodificarne i significati più reconditi, smontando pezzo per pezzo la costruzione del regista. Soprattutto deve SCEGLIERE di vedere un film (andare al cinema non è solo un passatempo, anche se é indubbiamente piacevole), masticarlo, digerirlo, metabolizzarlo. La lettura critica/l'interpretazione è elemento indispensabile alla vita stessa del cinema. Senza di essa il film è lettera morta. Sta a noi ridare al cinema credibilità e dignità culturale, senza caricarlo di eccessive responsabilità (il cinema non ha mai cambiato il mondo, semmai ci può aiutare a capirlo meglio). Proprio qui sta la forza del cinema, capace di diventare veramente uno strumento educativo forte. Il cinema quindi come "occasione" per conoscere la vita. Non lasciamocela sfuggire!
"Ma con tutti i problemi che ci sono in Africa (fame, malattie, siccità, analfabetismo, ecc ... ) perché sprecare tempo e soldi nel cinema, campo dell'effimero e del divertimento, quando queste risorse si potrebbero utilizzare in opere ben più importanti?" "E con quali risultati? Non mi si venga a raccontare adesso che gli africani sanno anche fare dei film. E poi con quali mezzi?", Queste sono sole alcune delle obiezioni più frequenti che vengono mosse al cinema africano e ai suoi autori. Per rispondere a queste domande, che riflettono perfettamente gli stereotipi occidentali sull'Africa giudicata incapace di produrre, tantomeno dal punto di vista artistico, basterebbero le dichiarazioni di un grande scrittore come Ousmane Sembène, decano dei registi senegalesi: "Come potevo comunicare con le masse africane solo attraverso i miei libri, quando in Africa vi sono tassi di analfabetismo che raggiungono il 60-70%? Se volevo arrivare a tutti dovevo per forza trovare un altro mezzo d'espressione artistica. In questo senso il cinema, arte d'immagini e suoni, mi sembrava lo strumento più adatto, più popolare". Anche Gaston Kaboré, regista del Burkina Faso e segretario generale della Fepaci (la Federazione Panafricana dei Cineasti), è convinto che "i popoli africani hanno fame e sete della loro immagine" e con lui il mauritano Med Hondo, che aggiunge: "I popoli africani non conoscono la loro storia comune, mentre il cinema sarebbe un insuperabile mezzo per rendere più completa la conoscenza e più ampia la solidarietà tra i popoli. Guai al popolo che non conosce la sua storia! Esso si condanna a rivivere le stesse tragedie di un tempo". Il cinema sarebbe quindi, almeno potenzialmente, "un insuperabile mezzo" per conoscere. Peccato però che nelle (poche) sale africane si vedono quasi esclusivamente i (tanti) film spazzatura europei, indiani, statunitensi e giapponesi (musicals, telenovele, karaté-movie, western spaghetti, Rocky-Rambo & C ... ). D'altronde è consuetudine che quando non sappiamo più che fare di un abito, piuttosto che buttarlo via, lo diamo alle missioni. Lo stesso vale per medicine, alimenti e anche per il cinema, quasi che il continente africano sia una sorta di enorme bidone della spazzatura da riempire con le nostre porcherie in qualunque modo e a qualsiasi costo. Se poi ci facciamo anche bella figura tanto meglio. Un cinema, quello africano, certo non confezionato apposta per piacere o per vendere (anche se piace e "vuole" vendere), né espressione di alcuna nouvelle vague di giovani intellettuali in cerca di gloria nei cineclub o interessati ad animare sterili discussioni di cinefili, ma un cinema che urla, che sgorga a fiotti da una realtà drammatica che non si può tacere. Il cinema africano va dritto allo stomaco senza mezzi termini. Le sue immagini sono scarne, semplici, i dialoghi ridotti all'osso, privi della verbosità dei film occidentali, e per questo molto più efficaci. I registi vogliono mostrare, far conoscere una realtà drammatica e scomoda, ma anche gioiosa e solare e lo spettatore è sovente coinvolto e scosso, più che dalle ruvide immagini, dal contenuto e dalla storia che arrivano dritti al cuore. Spesso ingiustamente accusato di essere didascalico o moralistico solo perché ha il coraggio di parlare di valori umani e religiosi che noi abbiamo (forse) irrimediabilmente perduto e altrettanto ingiustamente criticato di essere troppo ingenuo e naif (certo non solo per scelta ma anche per necessità), fa invece della povertà virtù e trova proprio in questa naiveté la sua cifra stilistica più specifica e forte. Resta ferma in noi del COE la convinzione che, come ha scritto "Cineforum ", "il gesto più sovversivo possibile oggi, esteticamente giusto e moralmente doveroso, consiste proprio nel parlare di cinema africano: pubblicizzarlo, descriverlo, comprarlo, esigerlo, pretendere che sia fatto circolare, farlo uscire dall'interdetto, consumarlo senza pregiudizi". Ma purtroppo oggi non è facile occuparsi di cinema (che gli esperti ci dicono in crisi perenne), se poi si tratta di cinema africano ed a farlo è una ONG l'impresa è apparentemente proibitiva. Si rischia di gridare nel deserto. Ma è un rischio che il COE ha deciso, con fatica e con gioia, di correre, percorrendo le strade alternative dei circuiti culturali e delle proiezioni per le scuole. Il COE, ha prestato la sua collaborazione per numerose rassegne in più di 70 città italiane, ha acquisito, doppiato e sottotitolato centinaia di pellicole fra corto e lungometraggi corredandoli di schede di presentazione e dossier curati da specialisti, che aiutano pubblico e insegnanti nella comprensione e spiegazione della cultura e dei costumi sociali a cui il film fa riferimento, organizza il Festival del Cinema Africano a Milano ed è impegnato nella pubblicazione di una rivista specializzata su cinema, tv e video africani, dal titolo "Ecrans d'Afrique". Certo comunicare con culture così diverse dalla nostra non è facile, ma questo sta a dimostrare che la strada intrapresa è quella giusta.
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